Dal corpo al Sé: pratica Iyengar tra āsana, prāṇāyāma e silenzio

Nell’āsana si riflette l’intero Albero dello yoga di BKS Iyengar. Radici, tronco, rami, foglie, fiori e frutti sono aspetti di un’unica vita interiore. La pratica quotidiana, nella prospettiva di Iyengar, non mira a una progressione lineare ma a una comprensione simultanea: ogni postura racchiude in sé il principio etico, la disciplina, la concentrazione e la grazia.

In questo senso, la pratica dello yoga diventa una via ascetica vissuta nella concretezza del corpo: la continenza, la consapevolezza e la dedizione non sono ideali remoti ma atti quotidiani di cura e di attenzione. Il corpo si fa tempio, il respiro preghiera, la mente spazio di silenzio.

È ciò che Patañjali descrive come “il dimorare del veggente nella propria natura” (tadā draṣṭuḥ svarūpe’vasthānam, YS, I.3, trad. Squarcini): la visione limpida del Sé che risplende nella quiete della mente.

Quattro donne praticano yoga in una sala luminosa, indossando abbigliamento sportivo e posando su tappetini rosa.

I rami dell’albero sono gli āsana, che creano spazio nel corpo e tracciano i sentieri del respiro. Una posizione eseguita con concentrazione, determinazione, dedizione e onestà genera risultati non solo fisici: disponendo le membra e le varie parti nel giusto ordine e allineamento la mente sperimenta quiete e pace nelle ossa, articolazioni, muscoli e pelle.

Dopo un primo momento in cui la tecnica è necessaria per costruire la stabilità della posizione, subentra un momento di riposo, di riflessione, dove la mente si allinea con il corpo e inizia ad abitare quella forma nello spazio che sottende il respiro. Se il corpo è allineato e radicato, la mente si calma e trova equilibrio. Iyengar sottolinea che stabilità e comodità (YS, II.46) sono stati di consapevolezza che emergono da precisione, dedizione e umiltà.

Le foglie, invece, rappresentano il prāṇāyāma. Così come le foglie nutrono l’albero, il respiro consapevole irrora la struttura fisica e mentale di energia. Attraverso l’osservazione e la modulazione del respiro, il praticante impara a dirigere il prāṇa nelle diverse aree del corpo, purificando i canali energetici e portando quiete interiore. Impara in tal modo a intervenire sulla complessa tecnologia della respirazione e a studiarne il funzionamento: profonde e consapevoli inspirazioni ed espirazioni possono generare effetti diversi, così come il respiro può anche essere sperimentato in specifiche aree, quali testa, torace o regione pelvica, e può variare in durata, intensità e ritmo:

Con il prāṇāyāma il respiro si trasforma da funzione biologica a strumento di presenza, raccordo tra movimento e quiete: l’energia vitale non è più dispersa, ma viene raccolta e trasformata in silenzio interiore. Così, attraverso il respiro, i sensi imparano a volgere il loro sguardo verso la sorgente: è il preludio naturale del raccoglimento interno, pratyāhāra.


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